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The Cinema Lab: la biometria può svelare il segreto di uno storytelling immersivo?

All’Università di Bristol, un cinema di fascia alta ha uno scopo che va ben oltre l’intrattenimento. Dietro i proiettori 4K e le sedute reclinabili si nasconde un sofisticato laboratorio di ricerca dove il pubblico è oggetto di studio. Equipaggiati con cuffie EEG, cardiofrequenzimetri e telecamere a infrarossi, i partecipanti vengono monitorati per rivelare la “salsa segreta” biologica dell’immersione cinematografica.

Decodificare la scienza del coinvolgimento

Guidato dal neuropsicologo Prof. Iain Gilchrist, il progetto mira ad andare oltre il feedback soggettivo—come dire a un critico se un film era “buono”—e guardare invece alla realtà fisiologica di come lo guardiamo.

Il gruppo di ricerca non sta solo osservando le reazioni individuali; stanno cercando la sincronia neurale. Ciò si verifica quando i segnali cerebrali di più membri del pubblico si allineano nello stesso momento, segnalando uno stato collettivo di elevato coinvolgimento. Individuando esattamente quando il pubblico “si connette” con una storia, i filmmaker possono capire quali scene, montaggi o paesaggi sonori specifici innescano un’immersione profonda.

Come viene applicata la tecnologia:

  • Attività cerebrale (EEG): Monitoraggio del carico cognitivo e della concentrazione.
  • Monitoraggio della frequenza cardiaca: misurazione dell’eccitazione emotiva e della tensione fisica.
  • Tracciamento oculare a infrarossi: osserva esattamente dove si sposta l’attenzione sullo schermo.
  • Analisi comportamentale: Rilevare agitazione o irrequietezza come segni di disimpegno.

Dal Lab alla Edit Suite

Il valore pratico di questi dati è già stato testato con il cortometraggio di fantascienza Reno. Il regista Rob Hifle sta utilizzando la tecnologia per testare diverse versioni del suo film, inclusa una in cui il tempo sullo schermo di un personaggio centrale è significativamente ridotto, per vedere come questi cambiamenti influiscono sui “ritmi della storia”.

Per Hifle, non si tratta di seguire una formula “dipingi con i numeri”. Agisce invece come una cassa di risonanza high-tech.

“Normalmente, quando stai montando un film, ci sei solo tu e il montatore. È essenziale ottenere più dati per vedere se affonda o nuota”, ha osservato Hifle.

Utilizzando queste informazioni, i creatori possono potenzialmente “ridurre i rischi” della sperimentazione creativa. Se un regista vuole provare una narrazione non lineare o uno stile visivo audace, i dati biometrici possono fornire la certezza che il pubblico sta effettivamente seguendo e godendo il viaggio, anziché perdersi o annoiarsi.

Il dibattito: arte basata sui dati e formule algoritmiche

Sebbene il progresso scientifico sia innegabile, il progetto ha acceso un dibattito nel settore dei media riguardo al futuro della narrazione.

Il motivo della cautela
La prof.ssa Amanda Lotz della Queensland University of Technology avverte che “ottimizzare” i contenuti potrebbe portare a una perdita di originalità. Lei sottolinea due rischi principali:
1. Frammentazione: il pubblico moderno guarda i media per ragioni diverse (relax o sfida intensa), rendendo l'”attrattiva universale” un obiettivo difficile, forse impossibile.
2. La trappola della formula: Esiste il pericolo che i cineasti possano dare priorità a “ciò che vogliono i dati” rispetto a un mestiere genuino e imprevedibile, portando a un panorama di contenuti prevedibili e ingegnerizzati.

Il caso della precisione
Al contrario, il Prof. Tim Smith della University of the Arts di Londra la considera un’evoluzione necessaria. Sostiene che per secoli i registi si sono affidati a metodi “rozzi e imprecisi” per giudicare la risposta del pubblico. Questa nuova tecnologia offre una mappa momento per momento dell’esperienza umana, consentendo un livello di precisione nella narrazione mai visto prima nella storia.

Oltre il grande schermo

Le implicazioni di questo “laboratorio cinematografico” si estendono ben oltre Hollywood. Il Prof. Gilchrist prevede che la tecnologia venga applicata a:
Eventi dal vivo: capire perché la musica dal vivo sembra più coinvolgente di uno streaming.
Pubblicità: Analisi degli archi narrativi negli spot pubblicitari di lunga durata.
Istruzione: aiutare i professori a monitorare il coinvolgimento degli studenti in tempo reale durante le lezioni per adattare i loro metodi di insegnamento.


Conclusione
Colmando il divario tra neuroscienze e cinematografia, i ricercatori stanno fornendo ai creatori una nuova potente lente per visualizzare le emozioni umane. Sebbene permanga il rischio di un’arte “formulaica”, la capacità di misurare scientificamente l’immersione offre uno strumento trasformativo per rendere le storie più risonanti e audaci.

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